Che cosa significa comprendere
Una Nota di di Irene Battaglini
Nota di orientamento scientifico
Che cosa significa comprendere
Una domanda clinica contemporanea e la risposta della psicoanalisi interpersonale umanistica
Irene Battaglini
Direttore, Scuola di Psicoterapia Erich Fromm · Prato · Padova
Agosto 2026
La domanda
Negli studi arriva oggi qualcosa che vent’anni fa arrivava altrimenti. Identità costruite per rispecchiamento e sostenute da una platea. Corpi progettati e insieme dolenti. La difficoltà a reggere la solitudine, che è cosa diversa dall’isolamento. Un tempo vissuto che si appiattisce su un presente continuo. E una povertà crescente delle immagini disponibili a nominare gli stati interni, per cui la sofferenza si presenta già interpretata, in un lessico appreso prima dell’esperienza che dovrebbe descrivere.
Da questi fenomeni non si ricava un nuovo quadro nosografico. Si ricava una domanda che riguarda tutti i modelli clinici, nessuno escluso: se la sofferenza cambia forma, che cosa resta valido di ciò che sappiamo, e in che modo lo sappiamo? È una domanda epistemologica prima che tecnica, e la Scuola di Psicoterapia Erich Fromm la considera, oggi, più urgente della domanda su quale tecnica funzioni meglio.
Comprendere, e gli altri modi di conoscere
La domanda si concentra in una formulazione più stretta: che cosa significa comprendere una persona, prima ancora che interpretarla?
Non è una domanda retorica. Spiegare significa ricondurre un fenomeno a cause o a regolarità, e produce prevedibilità. Comprendere significa cogliere una configurazione dall’interno, cioè afferrare perché quella persona, in quella storia, non poteva che arrivare lì, e non produce prevedibilità ma riconoscibilità. Interpretare significa restituire un senso a partire da un codice, e presuppone che il codice sia noto. Risuonare significa registrare nel proprio assetto interno un movimento che appartiene al campo e non al singolo. Simbolizzare significa rendere pensabile ciò che non aveva ancora forma, ed è il punto in cui il sogno, l’immagine e la parola poetica smettono di essere ornamento e diventano strumenti conoscitivi.
Sono cinque modi distinti di produrre conoscenza clinica, e la differenza fra gli orientamenti psicoterapeutici si gioca su come li articolano, non su quale di essi rivendichino. Non si escludono, e nessuno di essi è sufficiente: chi sappia soltanto spiegare perde ciò che non è generalizzabile; chi sappia soltanto risuonare perde la verificabilità.
La proposta della Scuola non è di scegliere. È di tenere i cinque modi distinti e di sapere, in ogni momento della seduta, quale si stia usando. Questa, e non altro, è ciò che intendiamo per disciplina dello sguardo.
Una risposta possibile: la relazione da centro a centro
Da qui prende senso l’aggettivo «interpersonale», che altrimenti resterebbe una dichiarazione di calore. «Interpersonale» designa una precisa rottura epistemologica, avvenuta a New York fra gli anni Trenta e Cinquanta con Sullivan, Horney, Clara Thompson, Frieda Fromm-Reichmann ed Erich Fromm: l’unità di osservazione clinica non è l’individuo, ma il campo che due persone costituiscono incontrandosi. Sullivan definiva la personalità come il pattern relativamente duraturo delle situazioni interpersonali ricorrenti di una vita, e chiamava il proprio metodo partecipazione osservante: che è la più antica formulazione del problema di chi osserva stando dentro ciò che osserva.
Dentro questa tradizione, la psicoanalisi italiana di ispirazione frommiana ha elaborato una nozione che il nostro modello assume come propria: la relazione da centro a centro, formulata da Romano Biancoli nel 1995. Non è empatia, non è alleanza terapeutica, non è sintonizzazione affettiva. È la condizione in cui due persone si incontrano ciascuna a partire dal proprio nucleo, e non attraverso i rispettivi assetti difensivi o i rispettivi ruoli. È esigente per entrambi, è intermittente per natura, e non è uno stato da mantenere ma un evento che accade, si perde e si ritrova.
Il modello PIUE™, Psicoanalisi Interpersonale Umanistica Esistenziale, raccoglie questa costruzione e la porta avanti in continuità con l’Istituto Erich Fromm di Psicoanalisi Neofreudiana. È stato elaborato da Irene Battaglini in seno alla International Foundation Erich Fromm. Una precisazione dovuta, perché i due piani non vanno confusi: il modello della Scuola di Psicoterapia Erich Fromm è quello decretato dal MUR, il cui indirizzo è «psicoanalitico umanistico», sottoindirizzo «interpersonale». Il PIUE non ne costituisce la denominazione né l’indirizzo: ne informa e ne arricchisce la didattica.
I Frommian Clinical Values, che non sono un decalogo
I valori clinici frommiani non sono principi morali, non sono virtù del terapeuta, e non sono empatia, autenticità e rispetto, che è ciò che qualunque scuola sottoscriverebbe e che perciò non orienta nulla. Sono dispositivi di orientamento dello sguardo: bussole, astrolabi, mappe, e quelli che Fromm chiamava i linguaggi dimenticati. Strumenti di lettura, che si usano e si posano, e che servono a sapere dove ci si trova quando si naviga con il paziente attraverso l’ambiguità, la regressione, la durezza dei disturbi di personalità.
Fra questi, alcuni sono per noi centrali: l’epochè, intesa non come atteggiamento benevolo ma come operazione, cioè la sospensione deliberata della validità dei propri presupposti per il tempo necessario a lasciar comparire il fenomeno; la capacità negativa di Keats, la possibilità di restare nel dubbio senza tendere irritabilmente al fatto e alla ragione; la sospensione dell’incredulità di Coleridge, e ciò che consente nell’ascolto di un racconto che non chiede di essere creduto ma di essere abitato; e la consapevolezza, che appartiene al clinico prima che al paziente, della propria insufficienza esistenziale.
La trasformazione del terapeuta, e dunque il Deep Living Learning™
C’è una domanda scomoda che ogni scuola dovrebbe porsi, e che riguarda anche noi. Perché alcuni terapeuti accumulano conoscenze senza che il loro sguardo si trasformi? Professionisti colti, aggiornati, capaci di esporre correttamente più modelli, il cui modo di stare con un paziente resta identico a quello del primo anno. Non è pigrizia, e non è scarsa intelligenza.
È che una parte decisiva di ciò che opera in seduta non è conoscenza dichiarativa. È assetto: ciò che il clinico tollera e ciò che non tollera, ciò che nota e ciò che non gli arriva, il punto in cui si irrigidisce, il punto in cui si dissolve. Questo assetto non si modifica leggendo, per la stessa ragione per cui non si impara a nuotare studiando il moto dei fluidi.
Il Deep Living Learning™ nasce da questa constatazione, e non da una preferenza per la didattica esperienziale. Si articola in tre livelli, che chiamiamo isole perché comunicano e non si succedono: Deep Learning, il pensiero riflessivo, la metacognizione, la lettura critica; Deep Living, l’esperienza profonda, dove la protagonista è la dialogica fra transfert e controtransfert e il mondo interno del trauma; Living Learning, l’apprendimento immersivo, con il circolo ermeneutico, il lavoro sul sogno, le tecniche drammaturgiche. La supervisione, individuale e di gruppo, ne è la prova regina, perché è il luogo in cui la trasformazione diventa verificabile. Il fine è quello che Keats chiamava, in una lettera del 1819, il Vale of Soul-making: il mondo non come valle di lacrime ma come luogo in cui un’anima si fa.
A chi viene da un altro paradigma
Questa Nota è scritta anche, e forse soprattutto, per chi si sia formato in un orientamento cognitivo o cognitivo-comportamentale e stia confrontando criticamente più modelli. Merita perciò un riconoscimento che non è di cortesia.
Il paradigma empirico ha imposto alla psicoterapia una domanda che la psicoanalisi ha a lungo eluso, cioè come facciamo a sapere che funziona, e ha costruito strumenti per rispondervi: misure di esito, confrontabilità fra trattamenti, la distinzione fra convincimento clinico e dato. Nel farlo, quel paradigma è arrivato per conto proprio a un risultato che vale la pena guardare: la ricerca sui fattori comuni converge nel mostrare che il peso della relazione e della persona del terapeuta sull’esito è maggiore di quello della tecnica specifica. Nella stessa direzione si muovono gli autori che, partendo dalla ricerca cognitiva, hanno descritto la rottura e la riparazione dell’alleanza come una configurazione del campo, e quelli che hanno sostituito al protocollo il processo.
Su questo non abbiamo nulla da obiettare, e non è un argomento nostro: è un loro risultato. La proposta che avanziamo non lo contraddice. Se la relazione pesa, allora ciò che accade nella relazione va potuto osservare, e il vocabolario del transfert, del controtransfert, del campo bipersonale e dell’enactment non è un’alternativa alla misura: è ciò che consente di vedere, mentre accade, il fattore che la misura ha isolato come decisivo. Nella stessa logica intendiamo la diagnosi, che per noi non è un’etichetta classificatoria ma una cartografia dinamica del funzionamento mentale, relazionale e della personalità, orientata alla costruzione del progetto terapeutico.
Restano differenze, e sarebbe scorretto attenuarle. Lo statuto del sintomo, che qui è portatore di una verità e non soltanto bersaglio. Il fine del trattamento, che non coincide con la remissione. Il tempo, che non è un costo da minimizzare. E il posto del terapeuta, che è dentro ciò che osserva. Su questi punti non c’è sintesi, e dirlo ci sembra più rispettoso che fingerla.
Mettere alla prova
Un’ultima precisazione, che riguarda la postura più che i contenuti. Non ci interessa dimostrare il modello: ci interessa metterlo continuamente alla prova. Per questo la Scuola tiene attive sette Unità di Ricerca Clinica sulle patologie emergenti, lavora a strumenti di rilevazione ancora in costruzione, pubblica la rivista Psicoanalisi Neofreudiana, e partecipa, senza limitarsi a dichiararla, alla comunità scientifica internazionale: il modello qui descritto è stato presentato al Seventh International Erich Fromm Seminar for Doctoral Students and Postdocs dell’Erich Fromm Institute di Tubinga il 19 settembre 2024, e il prossimo appuntamento è il 21° Congresso Mondiale della World Association for Dynamic Psychiatry, Vienna, 22-26 marzo 2027.
Di questo testo, alcune affermazioni poggiano su dati, altre su esperienza clinica sistematica, altre restano ipotesi. Le prime valgono come dati; le ultime chiedono di essere discusse.
Open Day · mercoledì 9 settembre 2026
Dalle 18 alle 20, in presenza a Prato e da remoto. Chi ha letto questa Nota non la sentirà ripetere: la serata parte da qui, con un esempio clinico e una domanda lasciata aperta.
È possibile richiedere anche un colloquio individuale di orientamento, gratuito e senza impegno.
Partecipa all’Open Day o prenota un colloquioPIUE (Psicoanalisi Interpersonale Umanistica Esistenziale) e Deep Living Learning sono denominazioni di Irene Battaglini, in corso di registrazione come marchi, riferite ad aree di ricerca teorico-clinica e didattica sviluppate in seno alla International Foundation Erich Fromm. Non costituiscono la denominazione né l’indirizzo della Scuola di Psicoterapia Erich Fromm, il cui modello è quello decretato dal MUR. Nella stessa cornice si collocano i Frommian Clinical Values.
La versione estesa di questo contributo è in preparazione e sarà disponibile in autunno, su richiesta, per i candidati e per i contesti scientifici.
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