
Come lavoriamo
La relazione è parte del metodo
La relazione terapeutica è il luogo nel quale modi abituali di attendere, temere, cercare o respingere l'altro diventano osservabili e possono trasformarsi.
Paziente e terapeuta partecipano entrambi all'incontro, ma non nello stesso ruolo. La relazione è reciproca nell'influenza e asimmetrica nella responsabilità: il terapeuta custodisce il setting, interroga il proprio contributo e orienta gli interventi alle necessità del paziente.
Il campo clinico
Ogni seduta genera una configurazione di parole, silenzi, affetti, posture, fantasie, ritmi e attese. Pensare in termini di campo permette di comprendere come un fenomeno si produca fra i partecipanti senza perdere la storia, la posizione e la responsabilità di ciascuno.
Un paziente racconta di non avere bisogno di nessuno. Il terapeuta avverte l'impulso a dimostrarsi immediatamente utile. Il dato clinico non è né la frase del paziente né la reazione del terapeuta prese isolatamente. Il lavoro comincia quando si può osservare la configurazione che le mette in rapporto, senza assumerla prematuramente come verità.
Transfert, controtransfert, responsività
Il transfert rende attuali aspettative, paure e forme del legame. Il controtransfert comprende le risposte del terapeuta, ma non offre un accesso immediato alla verità del paziente. Diventa conoscenza quando viene osservato, confrontato con il materiale, discusso in supervisione e verificato nel tempo.
La responsività riguarda il modo concreto in cui il terapeuta partecipa: tempi, tono, silenzio, domande, interpretazioni, riconoscimenti e limiti.
Epochè clinica
L'Epochè clinica è una postura di sospensione delle spiegazioni già pronte. Non equivale a passività. Consente di avvicinarsi all'esperienza prima di saturarla con la teoria preferita, discriminare ipotesi concorrenti e scegliere un intervento più pertinente.
L'ascolto a più registri
Il lavoro clinico comprende discorso manifesto, sogno, corpo, affetti, immagini, metafore e ritmo della relazione. Arte, letteratura, mito e cinema possono educare a riconoscere forme dell'esperienza che il linguaggio concettuale coglie solo in parte.
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L'inconscio di un essere umano può reagire su quello di un altro, senza passare attraverso il conscio.
Il campo analitico non è uno spazio neutro: è una matrice viva in cui due mondi inconsci si incontrano, con le loro risonanze e reciproche interferenze. L'inconscio del terapeuta risponde alle correnti emotive della relazione, e transfert e controtransfert si trasformano da ostacoli in preziose informazioni cliniche.
Ogni sensazione che emerge nel terapeuta diventa così una finestra sul mondo interno del paziente. È ciò che Thomas Ogden nomina il terzo analitico: un terzo soggetto, generato dall'incontro, che nessuno dei due possiede da solo.