
Prato-Padova, 7 gennaio 2026
Negli ultimi due anni, la Scuola di Psicoterapia Erich Fromm ha attraversato un processo di evoluzione che ha reso il modello ancora più articolato e radicato nella clinica contemporanea.
Non si tratta di aggiunte estetiche o di mode passeggere, ma di un lavoro profondo per far dialogare strumenti e prospettive che rispondono alle domande che la pratica clinica pone ogni giorno: come si lavora davvero con il trauma complesso?
Come si legge il corpo del paziente mentre parla? Come si sostiene chi porta sofferenze che non sono solo sue, ma eredità familiari trasmesse attraverso generazioni?
Il nostro approccio — Psicoanalitico Interpersonale Umanistico-Esistenziale — resta fedele al suo nucleo relazionale: la terapia è un incontro tra due soggettività, un campo condiviso dove accade la trasformazione. Ma questo nucleo si è arricchito con strumenti che permettono di lavorare in profondità là dove la parola da sola non basta. E abbiamo esteso l’atteggiamento esistenziale a pratiche come la Meditazione, il Journaling Terapeutico e l’Epochè: strumenti precipui dello Psicoanalista Contemporaneo. La Psicoterapia di Coppia e quella di Gruppo hanno un ruolo chiave già dal primo biennio. Ma non è tutto.
La teoria polivagale di Stephen Porges è ora proposta in modo strutturato, con 15 ore dedicate e laboratori pratici, anche sul “fare terapeutico”, che insegnano a riconoscere gli stati del sistema nervoso autonomo in tempo reale. Non si tratta solo di sapere che esiste un “sistema vagale ventrale” o una “risposta di immobilizzazione”. Si tratta di imparare a leggere quando il paziente, mentre racconta, sta andando in iperattivazione simpatica, quando collassa in shutdown, quando si disconnette dalla relazione — e come modulare la propria presenza terapeutica di conseguenza. È un’applicazione concreta della teoria relazionale: il corpo del paziente dialoga con il corpo del terapeuta prima ancora che le parole arrivino.
Le neuroscienze affettive — attraverso il lavoro di Allan Schore sulla regolazione affettiva, Jaak Panksepp sui sistemi emotivi di base, Daniel Siegel sulla neurobiologia interpersonale — ci offrono oggi un linguaggio scientifico per descrivere ciò che Fromm, Ferenczi e Sullivan avevano intuito: che il cambiamento passa attraverso l’esperienza relazionale incarnata, non solo attraverso l’insight cognitivo. Questo non significa ridurre la psicoterapia a neurobiologia. Significa dare fondamento empirico a ciò che già sapevamo essere vero: che la relazione terapeutica è l’agente di cambiamento, che il cervello destro del terapeuta dialoga con quello del paziente al di sotto delle parole, che il trauma si registra nel corpo prima che nella memoria esplicita.
Il lavoro sul trauma complesso è stato radicalmente ampliato.
Lavoriamo ora in modo strutturato le prospettive di Bessel Van der Kolk (il trauma come esperienza somatica), Peter Levine (la regolazione attraverso il corpo), e Janina Fisher (il lavoro con le parti dissociate), dentro una cornice rigorosamente relazionale. Questo significa che l’EMDR, l’ipnosi clinica, le tecniche immaginative non sono “aggiunte esterne” al modello, ma strumenti che vengono usati dentro la relazione terapeutica, con attenzione costante al transfert, al controtransfert, al qui e ora del campo. L’EMDR viene insegnato esclusivamente come tecnica da accogliere, laddove necessario, nel nostro Modello, non come metodo autonomo: abbiamo sentito il bisogno di comprendere come questo potente strumento possa entrare in gioco con l’inconscio dinamico. E l’IPNOSI? L’ipnosi non è ipnosi generica, ma ipnosi esistenziale e regressiva: al servizio della libertà interiore, non della suggestione. E l’Onirodramma, che era un laboratorio di dinamiche classiche, ora è integrato stabilmente con 20 ore dedicate alla drammatizzazione del materiale onirico in gruppo.
Uno degli arricchimenti più significativi riguarda il trauma transgenerazionale. Attraverso il lavoro di Haydée Fainberg (telescopage), René Kaës (campo familiare), Paul-Claude Racamier (vincolo oggettuale), abbiamo costruito un modulo di 30 ore nel secondo biennio che insegna a riconoscere quando il paziente non porta solo la propria storia, ma è portatore di memorie familiari, lutti non elaborati, segreti transgenerazionali, fantasmi che lo precedono. Questo lavoro è essenziale per non cadere nell’errore di trattare come nevrosi individuale ciò che è, in realtà, eredità collettiva. E cambia radicalmente il modo in cui ascoltiamo: non solo “cosa mi sta dicendo?”, ma “chi sta parlando attraverso di lui?”.
Sul piano della diagnosi avanzata, integriamo ora sistematicamente DSM-5-TR (aggiornamento 2022), ICD-11 (OMS, 2021) e PDM-3 (Psychodynamic Diagnostic Manual, 2025 — Lingiardi, McWilliams). Non come manuali da imparare a memoria, ma come bussole cliniche che permettono di tradurre il linguaggio dei sintomi in progetti terapeutici vivi. Il PDM-3, in particolare, ci offre una diagnostica psicodinamica dimensionale che integra perfettamente con il nostro approccio: guarda alla persona nel suo funzionamento globale, non solo ai sintomi isolati. E questo ci permette di fare diagnosi che orientano il trattamento invece di etichettare il paziente.
Sul piano metodologico, abbiamo potenziato il Laboratorio in Vivo con il Metodo del Deep Living Learning: le supervisioni ora includono osservazione della postura corporea del terapeuta, analisi delle dinamiche controtransferali somatiche, lavoro sul campo relazionale in tempo reale. Gli allievi non imparano solo a pensare il caso: imparano a sentire cosa accade nel proprio corpo mentre ascoltano, a riconoscere quando il controtransfert è un segnale del campo, a modulare la propria presenza in base allo stato del sistema nervoso del paziente.
Tutto questo non sostituisce il nucleo del modello. Lo amplifica. La psicoanalisi interpersonale umanistica resta la mappa di base: la relazione è il luogo della cura, il terapeuta è una presenza autentica non un tecnico neutro, l’incontro è un atto etico prima che clinico. Ma ora questa mappa ha strumenti più precisi per orientarsi nei territori dove il linguaggio verbale non arriva: il trauma complesso, l’inconscio somatico, le memorie implicite, le eredità transgenerazionali, il sogno di gruppo.
Clinical Conversations, che inaugura venerdì 9 gennaio, è il primo spazio pubblico in cui mostriamo come lavoriamo adesso — con questa integrazione, questa profondità, questa responsabilità clinica. Non è un Open Day. Non è una masterclass tecnica. È uno spazio di pensiero clinico aperto, pensato per chi vuole vedere come un modello pensa mentre lavora, non solo cosa insegna.
Per chi cerca un secondo biennio di approfondimento, per chi viene da un’altra scuola e vuole capire se questo approccio può essere il suo, per chi semplicemente vuole vedere la psicoterapia pensata e praticata con serietà: questo è il momento giusto per entrare.